Psicologa, esperta in criminologia e psicopatologia sessuale, ha scritto un nuovissimo saggio su Sesso e Violenza. Dalle origini dei comportamenti maschili ai segnali d’allarme che non si devono ignorare, dal perché le donne non denunciano le violenze subite a ciò che si può fare concretamente per arginare il fenomeno, che danneggia la vittima ma anche il suo carnefice. Ecco cosa ci ha spiegato
Intervista di Alice Politi

Violenza. Mai come negli ultimi tempi si è assisito a una tale impennata nella percezione sociale di quest’aberrante fenomeno che ha come principali vittime le donne. Stupri, abusi, violenza domestica, omicidi, l’elenco di comportamenti ignobili nei confronti del genere femminile è corposo, la quantità di casi sempre più preoccupante. Non per nulla, l’incremento nell’ultimo decennio di omicidi perpetrati da partner o ex partner a fronte di un abbandono o una minaccia di separazione da parte della donna, è un fatto ormai tristemente noto.

Le ultime stime parlano di una donna ogni 3 giorni vittima di femminicidio nel 2020 e nel 78% dei casi l’atroce fatto illecito si è consumato tra le mura domestiche.

Ma che cosa è successo rispetto a cinquant’anni fa? Le donne sono cambiate o è cambiato il modo in cui si relazionano ai propri partner? Gli uomini sono diventati più «cattivi»?  Quello che in ogni caso è bene considerare è che la violenza danneggia sia la vittima sia il carnefice, in un eterno gioco in cui ciascuno perde una parte di sé. A metterlo bene in evidenza, indagando le forme della prepotenza sulle donne e sugli uomini nel suo nuovo saggio Sesso e Violenza (edito da Paesi Edizioni) è Chiara Camerani, psicologa, esperta in criminologia e psicopatologia sessuale, direttrice del Centro Europeo di Psicologia Investigazione Criminologia. L’abbiamo intervistata.

Lei è una criminologa esperta di psicopatologia sessuale. Ci spiega esattamente in cosa consiste il suo lavoro e in quali casi viene richiesta la sua consulenza?

«È un lavoro che si dispiega su tre versanti: quello clinico, di formatrice, e di consulente tecnico in ambito civile e penale. La sessualità è un ambito delicato e multiforme che abbraccia molti aspetti della nostra vita e incide su chi siamo e come ci determiniamo nel mondo. Io ho scelto di interessarmi ella psicopatologia sessuale, dunque di ciò che è perverso, violento, estremo. Aspetti che possono suscitare ribrezzo, timore, imbarazzo, ma che è importante conoscere, perché individuare le dinamiche che muovono gli autori di reato non solo ci consente di offrire indicazioni investigative o elementi di prova, ma ci permette anche di fare prevenzione, intervento sulle vittime e sui carnefici. Perché i mostri non vengono fuori dal nulla, e il mio lavoro è studiare cosa è accaduto a queste persone».

Nel suo nuovo saggio dal titolo Sesso e Violenza fa il punto sui cambiamenti sociali che hanno riguardato il ruolo della donna negli ultimi decenni. Ci sono aspetti del cambiamento nella relazione uomo-donna che hanno in qualche modo influito sui crescenti fenomeni di violenza?

«Nel caso dello stupro, tristemente non ci sono grandi cambiamenti rispetto al passato; spesso ciò che l’aggressore ricerca non è il piacere sessuale ma il potere, la capacità di vincere la resistenza della vittima. E tale dinamica si riscontra dalla notte dei tempi sia in soggetti inadeguati che usano la violenza come strumento di vendetta o rassicurazione, sia in personaggi che ricoprono ruoli importanti, come mezzo per sancire e legittimare il proprio potere; basti pensare al caso Weinstein.

Per quanto concerne la violenza domestica, convinzioni culturali relative a privilegi e diritti maschili hanno legittimato un implicito concetto di violenza-controllo sulla donna che è ancora difficile da scardinare. In tal senso oggi, la crescente indipendenza femminile acquisita in campo lavorativo, familiare, e sessuale, è percepita come una minaccia da uomini deboli o tradizionalisti».

Lei propone di abolire l’uso di termini terroristici come «femminicidio»? Per quale motivo?

«Esistono leggi nel nostro Paese, fatte anche piuttosto bene. Vanno solo applicate in modo inflessibile e veloce, non serve inventare termini di condanna morale o allarmistica. Non dobbiamo dimenticare che le parole creano realtà e veicolano emozioni: Il termine femminicidio restringe la questione al femminile, ci rende ancora una volta vittime, ci vede ancora ad invocare un intervento paternalistico dall’alto, rendendoci nuovamente emarginate.
Dal punto di vista giuridico poi crea negli operatori il pregiudizio che qualsiasi cosa faccia, la donna è sempre vittima e, nella pratica forense, questo non è sempre corretto e conduce a valutazioni parziali e “di pancia”. Uguaglianza non significa solo invocare diritti per sé, anche se indubbiamente risultiamo una categoria più fragile, ma riconoscerne anche ad altri.
C’è poi una ulteriore riflessione e cioè che finchè descriviamo il fenomeno come una cosa nostra dalla quale gli uomini, che sono parte in causa, vengono tagliati fuori, difficilmente otterremo la loro collaborazione».

Nel suo libro, viene sottolineata anche la necessità di promuovere la «parità nella diversità». Ci può spiegare meglio questo concetto?

«Usciamo per un attimo dall’alveo della violenza e parliamo in generale di rapporti uomo donna: parità nella diversità significa riconoscere che siamo uguali in termini di diritti e opportunità ma diversi nell’esprimere le nostre peculiarità di genere.

Secoli di evoluzione ci hanno portato a “specializzarci” in settori diversi, ammetterlo non significa accettare incondizionatamente gli eventuali “difetti di genere” ma imparare a renderli una risorsa cui attingere e un punto dipartenza per migliorarci. Magari avviare una riflessione su cosa significa oggi essere donna o uomo, su cosa di buono vogliamo mantenere o lasciarci alle spalle

Mi capita spesso in terapia di ascoltare donne insoddisfatte che lamentano di volere uomini più sensibili, capaci di ascoltare, di condividere i loro interessi, che facciano tutto ciò che fanno loro in casa, salvo poi lamentarsi dopo averlo trovato, perché non c’è passione, perché lui è “troppo moscio. Insomma vogliamo un clone femminile, ma poi non ci da il brivido, non ci completa, non è eccitante sessualmente. Capita anche di ascoltare donne che hanno rinunciato alla ricchezza della propria femminilità credendo che per avere parità e rispetto dovessero diventare dure come un uomo, o rinunciare a farsi una famiglia. Vengono da me donne disperate, che cercano e spesso riescono mirabilmente a tenere in equilibrio lavoro, famiglia, figli, ma nonostante ciò si sentono inadeguate come madri e mogli. Credo che in questo momento storico più che cercare colpevoli o intavolare battaglie di maschi contro femmine, dovremmo fermarci e riflettere sul nostro percorso evolutivo, domandarci chi vogliamo essere, quali obiettivi vogliamo raggiungere e cosa ci aspettiamo dalla persona che ci accompagna».

Affrontare il cambiamento sociale, a suo dire, consiste nell’abbandonare l’idea che la violenza di genere sia un «affare per sole donne» dove l’uomo è esclusivamente un nemico. Qual è il punto che ancora ci sfugge?

«Che se releghiamo semplicisticamente gli uomini al ruolo di nemici, non possiamo cogliere la portata e la complessità della situazione, ma nemmeno trovare alleati.

Gli uomini diventano violenti per molte ragioni, spesso dolorose e profonde, se non riconosciamo questo, non potremmo curarli o impedire che accada di nuovo. Se ci concentriamo sull’”uomo cattivo” ci sfugge l’insieme, ad esempio la responsabilità di molte madri nell’educare maschi come fossero principini da servire; l’oggettivazione reiterata che si fa del corpo femminile presente in buona parte dei programmi televisivi di cui fruiscono i giovani, ma anche quel “dai, sei un ometto” che diciamo a nostro figlio se magari piange troppo per timore che venga bullizzato o che si trovi male coi compagni. Ci sono tante piccole variabili spesso invisibili che delineano il sentiero verso la violenza».

Cosa c’è all’origine di un comportamento violento nei confronti di una donna?

«Gli studi ci dicono che un terzo dei bambini esposti a violenza familiare, diventano a loro volta adulti violenti e maltrattano le partner. Lo stesso dicasi per uomini cresciuti in famiglie tradizionali a struttura patriarcale. Il trauma o l’abuso sessuale infantile possono gettare le basi per una tendenza alla negazione ed alla reinterpretazione delle esperienze violente, creando una percezione distorta che giustifica le condotte».

Quali sono le fragilità dell’uomo moderno?

«Di fronte alla violenza coniugale emergono due interpretazioni; la prima, che dà per connaturata la violenza maschile e la seconda, che fa ricorso alla psicopatologia. Dal mio punto di vista queste due interpretazioni cioè quella del cattivo e del pazzo, costituiscono la parte emersa di un iceberg e non considerano il sommerso che ha a che fare con crisi economica, cambiamento della struttura sociale e familiare, perdita del ruolo maschile. Questi cambiamenti rivelano una nuova categoria di vulnerabilità, quella maschile, evidente dal picco di reati familiari degli ultimi anni. Sono uomini incapaci di gestire eventi dolorosi ma normali come le separazioni, impossibilitati a trovare un ruolo, una volta perso quello classico che si basava sulla capacità di portare i soldi a casa e provvedere alla famiglia. Persa questa identità di facciata resta solo quella di marito o padre, unica area di potere che alcuni difendono fino alla morte propria e della compagna. Sono uomini in cerca di un ruolo, educati a non mostrare emozioni e spaventati da esse. Sentire di non avere un ruolo o un potere genera angoscia, insicurezza e problemi di identità. Quando non arriva una riprova sociale di chi siamo, l’altro o la partner diventano l’unica fonte di sicurezza e quando quest’unica fonte di sollievo si sottrae nasce il conflitto. E in tali condizioni, a differenza delle donne dei cui sentimenti e sfoghi troviamo spazio ovunque, per gli uomini resta una questione personale, visto che sono abituati a non chiedere aiuto perché sintomo di debolezza e anche perché agli uomini non riserviamo anche solo nelle riviste, lo stesso spazio che diamo alle donne per esprimere le proprie ragioni o le proprie difficoltà».

Esistono degli standard che rendono possibile stabilire una sorta di “identikit” dell’uomo violento?

«Sarebbe bello e rassicurante trovare qualcosa di evidente che ci segnala quando siamo in presenza di un cattivo; un segno fisico o morale che esprima la sua depravazione e ci tenga al sicuro. La criminologia antica ha lungamente cercato la faccia da criminale o i segni del male e ciò ha dato luogo a terribili pregiudizi e in alcuni casi a persecuzioni drammatiche, ne sanno qualcosa gli afroamericani o il popolo ebraico. Non ci sono segni tali da fare un identikit. Uomini maltrattanti non si presentano dicendo “da oggi controllerò la tua vita” anzi, appaiono inizialmente solerti e attenti».

Quando un soggetto può essere definito uno “stalker” e quale atteggiamento è opportuno adottare?

«Nei casi più frequenti quando la sua corte, i suoi contatti o le sue attenzioni risultano sgradite e indesiderate e nonostante venga richiesto, non cessano. Spesso si fa l’errore di pensare che gli stalker siano solo quelli che minacciano e intimoriscono, ma anche contatti insistenti, costanti e non desiderati possono indurre una condizione di disagio, oppressione e ansia che configurano a tutti gli effetti una molestia.

Come proteggerci? Prima di tutto accettando l’idea che la violenza possa accadere a noi ci consente di porre attenzione ai segnali, perché la violenza raramente è casuale o priva di senso. È utile acquisire la cultura della prudenza, senza fare terrorismo ma semplicemente imparando a dare il giusto peso alle sensazioni di allerta, evitando che diventino un impedimento ma sfruttandole come risorsa e protezione. Spesso ignoriamo i segnali di allarme dimenticando che l’intuito è importante, dato che è strutturato per reagire a ciò che stona col contesto a registrare ciò che non notiamo a livello cosciente. Sensazioni sgradevoli che provengono dall’altra persona, anche se non sappiamo spiegarle, vanno ascoltate. E poi è importante imparare a dire no. Noi donne spesso siamo spinte a non apparire scortesi per paura di sentirci rispondere male o di passare per snob e così dimentichiamo una cosa fondamentale: che siamo di fronte a qualcuno che vuole controllarci e imporre la sua presenza. In questi casi la scelta migliore è tagliare le comunicazioni, chi è vittima di stalking da parte di ex o amici in genere si sente in colpa, crede di aver in qualche modo contribuito ad alimentare la condotta dell’altro e sente di dover dare spiegazioni, questo serve solo ad alimentare e poi deludere le fantasie del molestatore».

Il termine «violenza domestica» include ogni tipologia di violenza – fisica, sessuale, psicologica, spirituale – perpetrata ai danni della donna da parte del partner. Ci sono dei primi segnali d’allarme che non si possono assolutamente ignorare?

«In termini generali i più evidenti sono: attacchi verbali, offese ripetute, svalutazione, isolamento e allontanamento dalle relazioni pregresse, possessività, controllo eccessivo, accuse di infedeltà infondate, ricatti emotivi, scatti di violenza».

Lei ha potuto constatare personalmente un aumento dei casi di violenza sulle donne durante il lockdown?

«Non personalmente e non mi sento ancora di dare un parere definitivo sull’incidenza delle violenze in quel dato periodo. Gli studi sociologici ci insegnano che durante le crisi sociali prolungate alcune condizioni già difficili quali violenza e povertà vanno a peggiorare, ma dobbiamo fare attenzione a non confondere il senso comune (frutto delle nostre aspettative, convinzioni e intuizioni) con il buon senso (frutto di un lavoro critico e di una analisi neutrale dei fatti). Considerando la violenza in senso stretto, so che è impopolare dirlo proprio in questa occasione, ma in realtà i dati non sembrano confermare che vi sia stato un picco di segnalazioni. Infatti, se invece di soffermarci su titoloni acchiappa like andiamo a cercare i dati diffusi da organizzazioni ed enti, notiamo molte discrepanze. A titolo esemplificativo: ActionAid ha rilevato tra marzo e giugno 2020 una quantità doppia di segnalazioni e richieste di aiuto, mentre dal Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università di Trieste nella persona della Professoressa Patrizia Romito, esperta internazionale sul tema della violenza sulle donne, ci giunge invece notizia di una diminuzione nel numero di contatti e richieste di aiuto e di accessi al pronto soccorso dovuti a violenze domestiche. Dati simili giungono dal Centro antiviolenza G.O.A.P. di Trieste che non riscontra aumenti di segnalazioni da parte di terzi o richieste da parte delle donne. Si riporta invece, nel periodo dal 2 marzo al 5 aprile, un calo di circa il 50% (16 nuove donne, a fronte di 27 nello stesso periodo del 2019), anche gli accessi al pronto soccorso di Pordenone sono quasi azzerati.
Ciò, secondo la mia esperienza, dipende dal fatto che gli stessi motivi scatenanti la violenza, cioè la gelosia patologica, l’indipendenza della moglie, il timore di essere abbandonato, l’annuncio di separazione da parte della partner, dato l’isolamento imposto e l’impossibilità da parte della donna di muoversi liberamente e mantenere relazioni, hanno temporaneamente smorzato le paure all’origine delle condotte violente. Ciò almeno per quei soggetti ipercontrollanti, insicuri, paranoici o dipendenti. Il mio discorso non intende in alcun modo sminuire la gravità della situazione, ma credo che sia necessaria una visione obiettiva per meglio comprendere il fenomeno e porvi rimedio. Ciò che deriva da questa lettura infatti è che dovremo lavorare sul post lockdown per offrire strutture e sostegno economico alle donne che vogliono allontanarsi da casa, considerando la drammatica diminuzione degli introiti lavorativi su una categoria, quella femminile, già normalmente sottopagata rispetto alla controparte maschile».

Quali sono le conseguenze della violenza domestica?

«Una violenza lascia sempre dei segni indelebili nella nostra anima e questi segni sono gravi e a lungo termine e comportano depressione, disturbo post traumatico impotenza, senso di debolezza, isolamento, incapacità di prendere decisioni. Quando le violenze sono gravi e ripetute insorgono paura generalizzata e ansia intensa che condizionano le abitudini quotidiane comportando mutamenti comportamentali e di atteggiamento verso gli altri e verso sé stesse. L’abuso domestico accade in un luogo cui la vittima è legata emotivamente, perciò a livello di impatto psicologico è ancora più grave dell’aggressione attuata da un estraneo in strada perché è più difficile da elaborare. Il fatto che chi ci danneggia e ci umilia sia la persona amata, lede la fiducia nell’altro e nelle proprie capacità di valutazione e discernimento, va a minare l’immagine ideale di protezione e sostegno che ci si aspetta da un partner, e insinua la convinzione di non essere al sicuro in nessun luogo, nemmeno nella propria casa».

Perché tante donne che subiscono una violenza non denunciano?

«Perché la violenza domestica non è un evento improvviso che accade inaspettatamente, ma piuttosto un processo lungo e strisciante. È un puzzle che si compone di tanti tasselli aggiunti giorno per giorno la cui figura generale emerge solo a conclusione, quando ormai è troppo tardi. Nella violenza domestica viene erosa la fiducia che la donna ha in sè stessa, i rapporti familiari e amicali, le risorse finanziarie. È un po’ come nuotare a largo e rendersi conto di essersi spinte così lontane da temere di non poter tornare indietro.
C’è poi un retaggio culturale e religioso che spinge alcune donne a pensare che ad esempio, l’imposizione del sesso faccia parte dei doveri coniugali o che la famiglia vada tutelata a tutti i costi. Molte donne abusate in famiglia hanno difficoltà a riconoscere di essere vittime di violenza.
Per quanto concerne invece le vittime di stupro, emerge a volte il timore di non essere credute o di essere mal giudicate e piuttosto che intraprendere un lungo calvario giudiziario si preferisce tacere. Siamo purtroppo ancora vittime della sindrome di Maria Goretti che legittima l’idea che se non muori per difenderti da una violenza sessuale, in qualche modo hai acconsentito alla violenza. Sembra un concetto antico, ma in realtà ne troviamo eco in temi moderni, ricorderete la famosa sentenza dei jeans secondo la quale non era possibile stuprare una donna con i jeans senza la sua fattiva collaborazione. Direi quindi che le motivazioni più frequenti attengono alla salvaguardia dell’unità familiare, alla paura che vengano allontanati i figli, alla sfiducia verso la giustizia e soprattutto alla paura di ritorsioni».

Quali sono le risposte degli uomini di fronte alle accuse di violenza? C’è una presa di coscienza di ciò che hanno fatto? Indifferenza, negazione, qual è la reazione più diffusa?

«Soggetti abusanti mostrano grande tolleranza verso i propri comportamenti devianti e gravi distorsioni cognitive. Quando facciamo qualcosa di moralmente riprovevole tendiamo ad attuare delle distorsioni cognitive, cioè ad aggiustare la storia a nostro vantaggio attivando dei meccanismi di disimpegno morale per alleviare l’angoscia derivata dalla nostra condotta e spengere il senso di colpa. Nei violenti questo meccanismo è utilizzato in modo massiccio. Molti alterano la percezione della vittima oggettivandola e sminuendola, ad esempio raccontandosi che “era solo una donna facile” oppure reinterpretano il senso della condotta: “ho solo cercato di mantenere unita la famiglia” o, ancora, minimizzano il danno: “non ha nemmeno un segno”.
Frequente è anche la tendenza ad attribuire la colpa alla vittima: “se l’è cercata” o a distorcere le conseguenze: “in realtà le piaceva”. Queste distorsioni svolgono un ruolo fondamentale nell’attribuire valore alla condotta e nel facilitare la sua ripetizione».

Su che cosa sarebbe necessario lavorare oggi più che mai, a livello sociale, per arginare questi episodi e al tempo stesso indurre le donne a denunciare abusi e violenze?

«Spesso la soluzione più facile è sanzionatoria ma costituisce un intervento atto a scalfire solo la superficie senza risolvere il problema. È come curare la febbre trattandone i sintomi senza cercarne l’origine. Dunque, mentre demonizzare e punire costituiscono reazioni di immediato sollievo per la nostra emotività, impegnarsi a contrastare una cultura che avversa la parità o combattere convinzioni errate, comportano azioni più lente e più faticose perchè richiedono la collaborazione di tutti, impongono cambiamenti profondi di abitudini e metodi comunicativi e soprattutto ci impongono di fare autocritica. Intervenire accogliendo il disagio dell’aggressore è fondamentale perché la repressione del reato incide sulla condotta ma non sulla volontà, non intacca le fantasie o le convinzioni violente. Dobbiamo lavorare più in profondità se vogliamo ottenere risultati duraturi. La soluzione non è solo nelle sanzioni e nelle misure di contenimento ma dev’essere trovata a livello più ampio. Creare stabilità politica ed economica, offrire un senso di sicurezza evitando così che la frustrazione aumenti, che l’angoscia straripi. Garantire indipendenza a uomini e donne, per evitare che coppie ormai scoppiate siano costrette a convivere e tollerarsi solo perché non hanno alternativa. Fare cultura, educare i giovani al rispetto, insegnare alle ragazze che essere oggetti sessuali non è l’unico modo di essere considerate, insegnare ai ragazzi che possono parlare di sé e delle loro emozioni senza essere meno maschi. Moltiplicare e investire su strutture di sostegno e accoglienza per donne maltrattate e per uomini maltrattanti. In sostanza, fare cultura e pensare al welfare cioè ad attivare iniziative mirate al benessere dei cittadini e garantirne la sicurezza».

Pubblicato su Vanity Fair