Mattarella convoca Mario Draghi al Quirinale. All’ex numero uno della Bce, scrive l’Ansa, sarà saffidato il compito di dare vita a un nuovo esecutivo e di “alto profilo” che nella pienezza dei propri poteri possa combattere il virus, fronteggiare la crisi sociale e gestire gli oltre 200 miliardi di euro del Recovery plan. Parla a sera il Capo dello Stato dopo aver ricevuto Fico l’esploratore, che ha dovuto mettere agli atti il fallimento del proprio mandato.
Paesi Edizioni ripropone la lettura della biografia di Mario Draghi tratta dal volume Leaders. I volti del potere mondiale
Di Sergio Luciano

Se si crede alla predestinazione, la vita di Mario Draghi e la sua ascesa nell’empireo del potere economico mondiale sembrano una conferma dell’ipotesi. Perché l’uomo del «whatever it takes», il salvatore dell’euro che ha resistito ai nein tedeschi pur di dotare anche l’Europa di qualcosa che somigliasse agli strumenti di politica monetaria con cui gli Stati Uniti hanno da sempre sostenuto la loro economia, a chiunque l’avesse conosciuto nel 1962 non sarebbe
sembrato nelle condizioni giuste per «studiare da leader». In quell’anno, il futuro presidente della Banca Centrale Europea – e prima ancora governatore della Banca d’Italia e ancor più indietro nel tempo direttore generale del Ministero del Tesoro – perse a breve distanza di tempo il padre Carlo e la mamma Gilda. Aveva solo quindici anni.

Una famiglia abbiente, certo: il padre era stato funzionario in Banca d’Italia dal 1922 per poi passare prima all’Iri1 di Donato Menichella e, infine, alla Banca Nazionale del Lavoro. La madre, Gilda Mancini, era una farmacista originaria di Monteverde, in provincia di Avellino. Ma quando tre ragazzi (di cui il quindicenne Mario era il maggiore) rimangono orfani, non si può che sperare in Dio per chi ci crede. Difatti una zia, sorella del padre scomparso, si prende
carico dell’accudimento e dell’educazione dei tre. E lo fa, evidentemente, con grande efficacia educativa, visti i risultati. Oggi la sorella di Mario, Andreina, è una storica dell’arte, mentre il fratello Marcello fa l’imprenditore. Andreina aveva studiato al Liceo Tasso di Roma, invece Mario e Marcello all’Istituto Massimo, sempre di Roma, retto dai gesuiti. Nota di colore: come compagni di classe, tra gli altri, Mario si è ritrovato due italiani destinati anch’essi a un destino
sia pur diverso di celebrità: Luca Cordero di Montezemolo e Giancarlo Magalli.

A scuola, Mario Draghi è un cannone. Ha stoffa. È intelligente e studioso. Nel 1965 s’iscrive alla Sapienza, facoltà di economia, e inanella un trenta e lode dietro l’altro, fino a ottenere come relatore per la sua tesi su «Integrazione economica e variazione dei tassi di cambio» l’economista di prestigio internazionale Federico Caffè, il più importante in Italia nella seconda metà del Novecento, con il quale si laureerà nel 1970. Ironia della sorte, la tesi di Mario Draghi era molto critica sul piano di Pierre Werner che sosteneva come, all’epoca, non sussistessero le condizioni per il progetto di una moneta unica europea. Anche perché Caffè era un economista keynesiano, molto critico sulla già allora nascente tendenza tedesca a egemonizzare l’Europa.
Quindi, la formazione di Mario Draghi si compie tra suggestioni dei gesuiti, visione economica keynesiana e, infine, statunitense: perché, dopo la brillantissima laurea, il vertice della Sapienza riesce a segnalare l’allievo di Caffè a Franco Modigliani, l’economista italiano più in vista in America, che lo segnala a sua volta al Massachusetts Institute of Technology (il celebre Mit di Boston) riuscendo a collocare l’orfano in una posizione ricca di grandissime opportunità, come ad esempio andare a lezione da Stanley Fischer, futuro governatore della Bank of Israel; da Robert Solow, fresco reduce dal premio Nobel per l’Economia; e dallo stesso Modigliani.

Una carriera folgorante

Con simili premesse, gli sviluppi non potevano mancare né deludere. E, infatti, nel 1977 Draghi consegue il PhD con una tesi intitolata «Essays on Economic Theory and Applications» sotto la supervisione dello stesso Modigliani e di Solow. Nel frattempo, conquista i primi incarichi universitari: dal 1975 al 1981 è professore di politica economica e finanziaria a Trento, poi docente di macroeconomia a Padova, e ancora di economia matematica a Venezia.
Finalmente, arriva la titolarità di una cattedra a Firenze – all’età precocissima di trentacinque anni – dove può insegnare economia e politica monetaria. Il tutto senza trascurare le sue altissime relazioni americane e, anzi, diventando nel 1998 membro del Board of Trustees dell’Institute for Advanced Study (Princeton University), e nel 2003 della Brookings Institution. Diviene, inoltre, visiting fellow all’Institute of Politics della John F. Kennedy School of Government, presso la Harvard University, nel 2001. Ma quel che Mario Draghi è sempre riuscito a fare meglio è seguire un doppio binario professionale: da un lato la didattica ad altissimo livello, dall’altro gli incarichi istituzionali.

Nel 1985, infatti, esordisce come grand commis internazionale, in qualità di direttore esecutivo della Banca Mondiale, fino al 1990. Mentre dal 1991 al 2001 è direttore generale del Ministero del Tesoro: un prestigioso e delicatissimo ruolo in un’Italia sconvolta da Tangentopoli, poi inondata dalle novità politiche
della cosiddetta Seconda Repubblica, e quindi impegnata spasmodicamente nell’aggancio della «fase uno» dell’unione monetaria.

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PHOTO: REUTERS/VINCENT KESSLER