Roberto Cingolani, la strategia per la modernità

16 Febbraio 2021
Roberto Cingolani è stato scelto da Mario Draghi per ricoprire il ruolo di ministro della Transizione ecologica del nuovo esecutivo presentato al presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

Cingolani è uno dei più importanti scienziati ed esperti di tecnologia italiani, dopo aver studiato e lavorato nel mondo, rappresenta perfettamente uno degli «asset» migliori per il futuro del nostro Paese, con la sua capacità di lavorare con un orizzonte temporale oltre i vent’anni. È l’antitesi della retorica dominante negli ultimi anni, la competenza e lo studio che contano più delle opinioni e della popolarità. Pubblichiamo di seguito parte del suo intervento tratto dal libro “L’Italia è Viva. La genesi del partito. Le idee oltre la politica. La sfide per il futuro”, di Mattia Mor.

La strategia per la modernità
Conversazione con Roberto Cingolani

È importante che i governi, la politica e chi ha un ruolo di leadership in un determinato settore, abbiano chiari in mente due aspetti del loro mestiere: che devono anzitutto lavorare per il futuro, e che vi riusciranno solo se coglieranno il fatto che il futuro è un sistema complesso, che non coinvolge più soltanto il proprio giardino di casa. Ecco allora che le istituzioni, in questo senso, fungono da baluardo e da punto di riferimento, e che per tale motivo dovrebbero dettare le regole quasi indipendentemente dal colore e dal credo politico di chi ne è parte.

Il futuro va progettato

«Non dobbiamo più pensare alla politica come qualcosa che deve agire in continua emergenza. Al contrario, bisogna concentrarsi su quale sforzo stiamo facendo noi come Paese e come governo per essere moderni e al passo con i tempi. Come essere, cioè, mondiali nella visione e come capire che stiamo lavorando per il futuro: non il nostro, bensì quello dei nostri figli e nipoti. Qui si gioca la grande sfida. Il resto non cambia poi molto, neanche a seconda della ricetta politica. Perché la sfida è la medesima per tutti, ed è pacifico che sia così. Ci sono interessi nazionali, certo, ma vi sono soprattutto interessi globali».

«Siamo uno dei Paesi che più innova, anche se potremmo fare infinitamente di più. Siamo una macchina con un grande motore, le cui prestazioni sono però attualmente ridotte al minimo. Il motivo? Mancanza d’infrastrutture, e un atteggiamento incomprensibile nei confronti della cultura e della ricerca. Mentre un tempo queste erano carriere ambite, oggi sono per lo più frustrate. La gente non riesce a comprendere che è la cultura a produrre Pil. Chi vuole dimostrare il contrario si faccia avanti, ma avrà un bel daffare. Perché non si rende conto di come ogni Paese che negli ultimi trent’anni ha investito in formazione avanzata, ricerca e innovazione, oggi può vantare un’economia estremamente florida. La correlazione è evidente, ma si tende a non volerla vedere».

«L’Italia rimane un Paese culturalmente potente, ma non abbastanza. Io sogno un Paese che sia “world leader” in determinati settori, un po’ come la Ferrari. Soltanto delle istituzioni forti, però, possono decidere di far aumentare immediatamente la nostra capacità di innovare. In alcuni campi  – come l’alimentare, l’agronomia, l’automotive, la robotica, i sistemi autonomi intelligenti, la farmaceutica o i beni culturali – siamo certamente all’avanguardia, ma potremmo esserlo dieci volte tanto, se solo potenziassimo le infrastrutture relative. Dovremmo avere il coraggio d’investire enormemente di più».

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